Una scelta di fede, una vita per gli altri...

da un'intervista a don Stefano su un giornale locale....

           

Caro Stefano, ricordo quando, ancora bambino, ti muovevi agilmente sull’altare, quando ascoltavi attento le catechesi, quando pazientemente ti prodigavi per mantenere in ordine la Chiesa Madre. Ora, con la tua scelta, hai deciso di continuare a servire la tua Chiesa, e questo riempie di orgoglio e di gioia tutta la comunità cristiana di Casamassima.  Ti pongo queste poche domande perché vorrei che tutti conoscano il giovane, il cristiano, il futuro sacerdote don Stefano.

Quando per la prima volta hai pensato alla eventualità di diventare sacerdote?

 

Posso dire che proprio una prima volta non la ricordo, ma piuttosto ci sono stati eventi decisivi, incontri, tappe che mi hanno portato a cercare di capire la volontà del Signore, nella mia vita.

Quello che ricordo benissimo è l’aver iniziato tutto  quasi per gioco, perché trascinato da alcuni miei amici, iniziai a servire all’altare come “chierichetto” e man mano che andavo avanti si faceva forte in me il desiderio di capire qualcosa di più su questo personaggio chiamato Gesù che tanto mi incuriosiva.

Quali sono le responsabilità e i compiti che un giovane sacerdote è chiamato ad affrontare?

Le responsabilità e i compiti di un sacerdote non solo giovane, sono davvero tante ma su tre voglio soffermarmi in modo particolare.

Essere una specie di “traduttore” dell’amore di Dio, essere annunciatore della Parola di Dio e essere “pane spezzato” per gli altri.

Essere “traduttore”, questo significa che il prete è chiamato a raccontare Gesù in maniera affascinante e questo lo deve fare adoperando il “linguaggio della Speranza”, un linguaggio insolito al mondo d’oggi.

Essere “annunciatori della Parola di Dio”, una  parola un po’ scomoda per tutti, ma portatrice di speranza e di vita. Una parola che sta all’origine di ogni chiamata alla vita sacerdotale, perché è su di essa che il Signore invita a gettare le proprie reti  e a costruire la propria vita.

Essere “pane spezzato”, significa che il prete è chiamato a prendere sul serio tutte le parole di Gesù, e in particolar modo quelle che egli ripete ogni giorno durante al celebrazione della messa:”fate questo in memoria di me”. E cosa significa questo? Dare la vita, offrire se stessi come pane spezzato, fresco, saporito.

Ti senti sostenuto nella tua scelta dalla tua comunità parrocchiale e cittadina?

Avverto molto il sostegno della mia comunità non solo in questo momento ma durante tutto l’arco del mio cammino di fede essa è stata per me madre premurosa e di questo ringrazio davvero il Signore.

Ci tengo a sottolineare una cosa in particolare: la mia vocazione è un fatto comunitario, nel mio sì c’è il sì di tutte quelle persone che mi hanno sostenuto spiritualmente e anche materialmente. E l’invito che faccio a tutti è quello di guardare alla mia consacrazione come ad una risposta di Dio alla domanda del suo popolo e come segno della cura e dell’amore di Dio verso ogni suo figlio. A questa comunità che io amo definire “grembo benedetto della  mia vocazione” dico il mio grazie di figlio e a lei chiedo di essere  fino alla fine “custode gelosa del mio sacerdozio”.

 

Avverti la responsabilità e l'importanza della tua scelta, dato che sono passati tanti anni dall'ultima vocazione sacerdotale di un casamassimese?

La responsabilità la si avverte comunque, spero che questa ordinazione possa segnare un periodo di fecondità per la chiesa di Casamassima per quanto riguarda le vocazioni. 

A tutti vorrei dire di permettere alla grazia del Signore di operare e di rispondere con generosità qualora il Signore chiamasse a seguirlo in questa via senza lasciar trascorrere altri quarant’anni!.

Quale messaggio vuoi mandare a tutti coloro che sono lontani dalla fede cristiana e che vedono il sacerdozio come una scelta d'altri tempi?

A queste persone, miei fratelli e sorelle voglio dire che il sacerdozio non è una scelta d’altri tempi. È vero essere sacerdoti oggi è molto più difficile ma questo non mi scoraggia a donarmi, anche e soprattutto per questi fratelli che il pastore è chiamato a cercare come pecore che non appartengono all’ovile, ma che non per questo devono essere escluse e rimanere ai confini come persone che non ci appartengono.

Ed in questo donarti per queste persone scopri che il Signore è presente in particolar modo in loro più che in coloro che si definiscono i vicini e che donandoti per loro non devi fare né progetti, né mai i conti in tasca, perché lo sappiamo bene i conti non appartengono a Dio.

A molti dico di guardare al ministero dei sacerdoti con gratitudine, perché loro fanno davvero tanto per gli altri e che c’è tantissimo lavoro che con discrezione e nel silenzio essi svolgono non per loro stessi, ma per quanti vicini e lontani sono a loro affidati dal Signore e  che non è visibile agli occhi di tutti.

Quale consiglio vorresti dare ai giovani cristiani per far crescere in loro il desiderio di una scelta vocazionale come la tua?

Ai giovani dico di non guardare ad una possibile vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata come a qualcosa di antiquato, così come la società oggi ce la fa guardare, né di avere paura di compiere una scelta che molti ritengono sbagliata o di vedere la vocazione come una specie di sacrificio pesante, ma di rispondere con generosità, se il Signore vi chiederà un giorno di servirlo in un modo “diverso”, sappiate che in quel momento Egli sta preparando per voi una vita che non vi renderà triste, non vi priverà di qualcosa rispetto agli altri, né vi renderà monchi, ma felici, ripieni di gioia vera, perché lo spendervi nell’amore sarà la vostra unica ragione di vita!

domande di Antonio Santorsola